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mercoledì 11 maggio 2011

Magazzino di porte. Viaggio a puntate nella storia dei serramenti

(Ultima puntata!)

L'Art Déco


Il gusto che con la formula “Arts déco”, si diffuse dall’Europa all’America, può essere rintracciato, come è noto, in fenomeni che si situano in dissolvenza rispetto all’Art nouveau francese e tedesca. E’ noto che gli Arts déco nel loro evolversi incamerarono soluzioni formali tratte dalle avanguardie: i colori squillanti dei fauves, i nuovi classicismi di Behrens, i futurismi italiani o sovietici, le prime soluzioni razionaliste. Contemporaneamente ci fu disponibilità a ripensare i luoghi, con varie soluzioni ‘etniche’ sia europee che esotiche e coloniali, disponibilità a riprendere certi periodi della storia degli stili ora in chiave pompeiana.


Da Parigi e dal Rulhmann in particolare emergono spunti di grande interesse: in termini di materiali, con legni d’ebano o di palissandro o con radiche preziose, ulteriormente impreziosite da fili d’avorio o d’avoriolina che sono una delle caratteristiche ricorrenti del déco; con soluzioni originali come ad esempio l’enfasi data alle maniglie o alle serrature che nelle porte come nei mobili si in vere e proprie sculture; ricorre quel motivo neoclassico, “impero” od anche Biedermaier, di griglie a rombi che campiscono la superficie liscia delle porte; o come quei tessuti floreali di provenienza libertyaria ma riordinati con una nuova simmetria.


Anche il déco italiano si annuncia fertile, seppure complicato ancora d’eclettismo, pervicace in tutta l’ebanisteria del Bel Paese. Vi si ritrovano spunti formali transalpini e materiali d’Oltremare anche se l’avventura coloniale italiana non poté certo competere in fatto di varietà e approvvigionamenti lignei, con la Francia o con l’Inghilterra. Ci sono casi, anche qui, segnalabili per riproposte: La Casa Madre del Mutilato, progettata da Marcello Piacentini nel 1925-29, offre porte Novecento e déco di un certo interesse, ivi compresa anche una versione di quell’intarsio prospettico che già c’era parso fertilissimo negli esempi del tardo Quattrocento, e che ora ritorna qui semplificato e modernizzato in un pannello del pittore Eduardo del Neri o, in tutt’altro contesto, con una divertentissima ribaltina “architettonica” di Ponti. Risultano interessanti certi interni classicheggianti milanesi pubblicati da “Domus” nel 1928.


Su tutt’altro registro si pone il Palazzo dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni a Roma, realizzato dall’ingegnere Ugo Giovannozzi. Una vena déco che tuttavia s’adatta bene al substrato classico della cultura figurativa italiana e che può essere come tale riscontrato nei lavori di Ponti, di Portaluppi, di Piacentini, di Fichera, di Tufaroli o come Mario Moschi forse con Fagnoni, autore della maniglia della bella porta del ristorante nella Scuola di Guerra Aerea ancora a Firenze.


Quasi a pendant del qualitativo lavoro di maestri francesi come Rulhmann, Lalou, Sue e Mare, l’ambiente americano fornisce indubbiamente porte clamorosamente déco ma eterogenee per qualità, occasioni e materiali. Pochi degli esempi inseriti in questo repertorio hanno paternità di spicco, molti invece provengono da un’offerta antiquaria abbondantissima: protratta nel tempo dagli anni “ruggenti”, fino al cosiddetto Tropical déco degli anni quaranta e cinquanta.



Mauro Cozzi

mercoledì 27 aprile 2011

Magazzino di Porte. Viaggio a puntate nella storia dei serramenti



L’ECLETTISMO E IL LIBERTY


Non c’è una soglia netta tra l’età neoclassica e la stagione dello storicismo eclettico. Non solo perché il gusto che dall’età neoclassica si dirama nei vari Biedermaier, Impero, Regency, si spinge ben addentro al XIX secolo ma anche perché sul fronte degli esotismi delle cineserie e degli orientalismi in genere, prosegue un fenomeno già iniziato nella seconda metà del Settecento. Dal punto di vista pratico questo fenomeno ha per noi un certo interesse: poniamo il caso della casa pompeiana e dei suoi arredi. Alle testimonianze autentiche del primo secolo noi possiamo giustapporre il revival dell’età neoclassica cui, appunto, subito si aggiunge il contributo dell’eclettismo che moltiplica le possibili declinazioni dei soggetti. In una ‘grammatica degli ornamenti’ che ora si è incuriosita di ogni angolo del globo e di ogni possibile antichità, le scelte sono molto ampie.



Tra le porte documentate in questo file, possono trovarsi soluzioni neoegizie, neocinesi come quella di Parma, o neoindiane, attuate nel padiglione reale di Brighton.
Porte intrise di fastosità barocche, variamente declinate per forme e colori dal Salento alla Germania e molti moltissimi esempi di quel neorinascimento, specie cinquecentista che, supportato da una indiavolata abilità nell’intaglio, sarà cavallo di battaglia di botteghe e laboratori senesi, fiorentini, pistoiesi ecc.
Apparentemente più adatto alla riproposta o ad innescare nuova progettualità potrebbe essere il filone opposto al classicismo cinquecentista, quello anticlassico del medievo.



E non tanto gli esemplari propriamente gotici, quanto il medioevo romantico alla Morris, ispirato per intendersi al Tre-Quattrocento negli arredi policromi di cinz o di carte da parati, di decori a stampino o più raramente di vere e proprie pitture. In Italia certamente, ma un po’ in tutto il mondo, il tardo eclettismo medievalista sconfina talvolta nel liberty. Succede a Bedford Park, come nella Scozia di Mackintosh o di Ballie Scott, nel medievalismo di Basile in Sicilia. Una tensione a forme elementari che in un certo senso contrasta con il raffinato disegno astratto, art nouveau di certi vetri legati a piombo nelle porte capolavoro della sala da the di Mackintosh, di certe maniglie esagerate nella loro evidenza plastica e nella loro misura.



Caratteristiche destinate ad essere sviluppate, a trovare nel seguito più declinazioni, nei motivi floreali, nei fiori variopinti di tante porte e finestre vetrate di alta, di bassa o di mediocre qualità; lo stesso per le grandi maniglie, per le toppe smisurate che offriranno agli Arts déco un elemento di sicura caratterizzazione. La sinuosa eleganza di questi esemplari che richiedono lavorazioni esclusivamente manuali o hanno messo alla prova le possibilità delle prime pialle e frese elettriche, se per un verso aspira a sostituire l’abaco dei vecchi stili, per molte altre strade si mescola con questi, in tante architetture, negli arredi e nella foggia di tante porte, aprendosi alla contaminazione neoeclettica.



Mauro Cozzi

giovedì 21 aprile 2011

Magazzino di porte. Viaggio a puntate nella storia dei serramenti




4 - L’ETA’ NEOCLASSICA

Dapprima nel Barocco e nella Rocaille, quindi sempre più estesamente nell’ambito di un nuovo gusto antiquario che coinvolge l’intera Europa, si affermano incisioni, manuali e libri di modelli che si occupano d’arredamento. Vengono spesso proposte intere pareti, dove la porta che è fatta oggetto di un interesse uguale a quello degli altri elementi (l’immancabile console, la specchiera, il lambris), viene disegnata insieme al sovrapporta. Si può osservare la presenza della scala metrica e una certa economia e precisione di segno nelle incisioni che distinguono questa dalle tavole di altri repertori. (...)
Da dove far iniziare l’età neoclassica? Indubbiamente un caso precocissimo è quello inglese del primissimo Settecento, dove certe istanze di semplicità anticipano un gusto che s’affermerà nel continente solo dopo la metà del secolo.
Chiswich house nel Middlesex è un esempio evidente di questo nuovo raffinato gusto. Le porte a due ante riquadrate da specchi e di sgusci ad ovolo dorati, si rifanno ad una sobria scansione palladiana, rinascimentale non immemore di certi esemplari romani e pompeiani.



Parallelamente alle sistematiche rilevazioni e agli studi che, Winckelman in testa, interessano il mondo greco e l’Asia minore e che danno la stura ad un “gusto alla greca” di grande successo, sono il chiarissimo sintomo della messa in discussione del vecchio sistema rinascimentale-barocco e dell’esordio di un nuovo, plurale sistema che dalla Grecia a Roma, dalla civiltà egizia a quella etrusca sarà veicolo di forme più semplici e lineari rispetto al gusto precedente e pertanto adatto alla produzione in serie e alle macchine rozze della prima rivoluzione industriale. In tale quadro vanno intese certe produzioni ceramiche del secondo Settecento dalla Wedgwood e dal suo settore più sofisticato Etruria Hall, alla Ginori e a tante altre manifatture europee piccole e grandi.


L’età neoclassica offre esempi inconfondibili nell’allestimento degli interni e fenomeni del gusto molto marcati. Al rapporto Piranesi Adam, a quel bisogno di sentirsi antichi, che coinvolge la società più raffinata del secondo Settecento, si può certo riconnettere il filone neoetrusco che produce nel 1777 il celebre Gabinetto di Osterly Park a Londra nelle cui decorazioni a grottesca nel raffinato disegno delle girali, delle candelabre e delle figure che si ripetono per moduli, dipinte sulle pareti.
Decorazioni pittoriche antichizzanti di sapore ‘etrusco’ pompeiano, possono essere ritrovate e studiate in moltissimi esempi e tipologie: tra Settecento appunto, e Ottocento, le ritroviamo non solo nei più esclusivi salotti aristocratici ma anche nelle versioni quotidiane dell’offerta antiquaria dalle quali si ricavano tuttavia una serie di suggerimenti tipologici e decorativi, trabeazioni sagomate e soluzioni decorative che vanno da semplici fregi e cornici dorate, a motivi floreali, fino a veri e propri casi di decorazioni pittoriche.


I disegni e gli acquerelli che ritraggono interni e particolari di interni del primo Ottocento, offrono un contributo non secondario: ambientano bene le porte documentando il colore e gli eventuali decori delle pareti, con stoffe o con quelle pitture a stampino che saranno poi sostituite dalla più industriale carta da parati. Uno dei casi più stimolanti potrebbe essere quello di Karl Frederic von Schinkel, l’architetto tedesco più importante di tutto il XIX secolo, per alcuni suggerimenti che derivano dagli arredi Biedermaier della residenza di Glinike a Postdam, per alcune soluzioni molto eleganti adottate per quelle stanze e quelle porte rosse, appena riquadrate da cornici sottili, da cornici e da fregi dorati nel telaio che a loro volta richiamano la soluzione della parete.



Mauro Cozzi

mercoledì 13 aprile 2011

Magazzino di porte. Viaggio a puntate nella storia dei serramenti



3 - SEICENTO E SETTECENTO

Anche per le arti decorative si potrebbe procedere dalla lezione d’arte e di stile che nel secondo Cinquecento il Granducato ha trasmesso a molte altre nazioni d’Europa. Nella varietà d’indirizzi prodotti da tale allargamento di campo è naturalmente assai difficile generalizzare delle tendenze, riconoscere caratteristiche che si affermano nella struttura e nella decorazione delle porte. Solitamente per il mobile e l’architettura degli interni, si suddivide la materia per nazioni e per aree geografiche; anche nella stessa penisola, crescendo il numero delle testimonianze antiquarie e degli influssi riconosciuti o riconoscibili nelle tecniche e nelle tipologie, dalla Sicilia al Piemonte, dall’area marchigiana a quella umbra, dal cassettone ligure o allo stipo toscano, c’è un evidente e progressivo ampliamento della materia e delle competenze che la percorrono. Anche se poi comunemente si ammette – e questi settori non fanno certo eccezione - che il Seicento è un secolo ancora largamente da studiare, da approfondire nelle sue tendenze opposte e contraddittorie.


(...) L’ordinamento cronologico, così alla grossa come lo proponiamo, di per sé testimonia il passaggio, appunto, da un Seicento ancora manierista, al Barocco, alla Rocaille e al comparire di quelle cineserie, di quei goticismi che anche nelle porte articolano la seconda metà del Settecento.
Nelle alternanze della storia, tra l’ultimo Cinquecento e il primo Seicento, le porte dell’Italia centrale, in dissolvenza rispetto ai fasti, alle metamorfosi e ai mostri del manierismo, sembrano mostrare anche altre opposte caratteristiche: di contro alla ricchezza delle pareti affrescate, a portali in marmi bianchi o colorati che sono veri e propri exploit scultorei, si manifesta anche una tendenza a castigare l’ornato nelle porte con specchi lisci, talvolta con verniciature a corpo, con porte e portoni che emanano un “tanfetto di sacrestia” come ha scritto Borsi a proposito del Seicento pistoiese, che si conformano ad un clima bigotto, che tra guerre ed epidemie vede la dinastia dei Medici in disarmo. Come nel caso della chiesa e nell’annesso convento di San Gaetano a Firenze dal quale abbiamo tratto esempi che quasi annullano la differenza tra i portoni che si affacciano sulla strada e le porte che stanno all’interno, nell’uno e nell’altro caso, sobri nella struttura e nella lavorazione delle cornici.


Si potrebbe ancora osservare che nel disegno di architettura dell’epoca barocca, da maestri come Pietro da Cortona, Bernini, Borromini, ai Galli Bibiena, a fronte di un insistito impegno per la foggia dei portali dai quali si generano talvolta tutte intere le facciate, raramente si manifesta un interesse per la definizione delle porte lignee che sembrano ribaltare i criteri del ‘400 e del ‘500, proponendosi talvolta come pause, come ‘vuoti’ e solo raramente con cornici e specchi sagomati.

D’altronde anche in Toscana ci sono esemplari del Barocco più sontuoso. Alcune ville lucchesi (come Villa Mansi) o Palazzo Giugni possono fornire esempi interessanti di porte, probabilmente, anche materiali d’archivio, disegni e schizzi specificatamente riferiti agli arredi o ad autori che dedicano speciale attenzione al ‘design’ delle porte: come nel caso di Ciro Ferri e della porta intagliata in ebano e arricchita di decori in bronzo dorato, incastonata dopo il 1685 nei marmi policromi della cappella di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi nella Santissima Annunziata.


Sul piano delle riproposte, un settore ragionevolmente attivabile a partire soprattutto da questo 600 -700, è quello delle porte dipinte, come si può vedere, adatto a casi di rappresentanza come ad esigenze più quotidiane; capace di offrire nel patrimonio figurativo e cromatico delle varie regioni italiane grande varietà d’ispirazione se non la possibilità di repliche testuali: dalla lacca povera con stampini “tipo Remondini”, al gusto chinoise, dalle policrome scene siciliane ai colori pastello degli esemplari floreali marchigiani, si hanno variazioni tipologiche e soluzioni tecniche di un certo interesse. Specialmente interessanti certi esempi di marmorizzazione che investono solo gli stipiti o tutta intera la porta, come nel salone al primo piano del castello di Balleroy presso Bayeux in Francia o anche, più modestamente, in certi esempi reperiti nel mercato antiquariale. Questi ultimi, evidentemente separati dal loro contesto d’arredo e di parete, necessitano comunque di inserimento, di soluzioni progettuali sulle quali riteniamo debbano darsi delle indicazioni.


Questo Settecento - come poi programmaticamente l’epoca dello Art nouveau – presuppone l’interesse ad un disegno organico e coordinato, dall’insieme, dalla maniglia, all’intera parete se non oltre; presuppone un discorso sui materiali, e sui colori che verranno impiegati che dovrà naturalmente essere oggetti di discussione tra committente, progettista e produttore nel caso di commissioni singole, ovvero sistematizzato in catalogo in una serie di proposte seriali da offrire al mercato, dopo un opportuno progetto.



Mauro Cozzi

giovedì 7 aprile 2011

Magazzino di porte. Viaggio a puntate nella storia dei serramenti

2.2 – Il Cinquecento, dall’intaglio all’intarsio




Esistono naturalmente casi interessantissimi di tarsia pittorica anche nel Cinquecento, come nel caso di Antonio Barili a Siena e a Fano; di Fra Giovanni da Verona, con i lavori che attualmente si trovano nella sacrestia di San Marco a Venezia, nella chiesa di S. Maria in Organo a Verona, quelli eseguiti per il coro di Monte Oliveto Maggiore (oggi nella Cattedrale di Siena) o poi nella stanza della segnatura in Vaticano per Giulio II. Come nel caso di Baccio d’Agnolo nella cappella Tornabuoni in Santa Maria Novella a Firenze, della quale si hanno anche i disegni.




Il trompe l’oeil e le prospettive architettoniche trovano campo anche nell’intaglio come nel caso del bassorilievo schiacciato che orna lo schienale di un cacatoire pubblicato da Gonzales Palacios o di una porta (più tarda?) del Museo Comunale di Torino, già a Saluzzo, proposta dal Pedrini. Dal primo Cinquecento, dai disegni provatamente eseguiti dai Sangallo (con gli intagli di Baccio d’Agnolo), da Raffaello (in questo caso disegni realizzati da Giovanni Barili) fino a Giulio Romano e alla metà del secolo, l’intaglio guadagna sempre più spazio e spessore. Gli esempi selezionati per questo Magazzino testimoniano come anche nelle porte ci sia una progressiva rimontante plasticità degli ornati, fino agli intagli di Buontalenti, di Ammannati o di Vasari, per stare all’ambiente toscano, ma che dalla misura del tabernacolo a quella del palazzo sviluppano le fantastiche metamorfosi del Manierismo.





Dalla celeberrima e rivoluzionaria porta delle Suppliche buotalentiana ai turgidi ornati delle altre porte degli Uffizi, all’esterno e all’interno dei palazzi fiorentini, toscani, italiani ed ora anche europei, si sviluppano intagli che variamente si mescolano con motivi autoctoni, con cartigli a pergamena ancora d’uso gotico, con formelle intarsiate, con girali e motivi decorativi fioriti, grottesche a basso e ad altorilievo.
Se gli esemplari di più alta qualità e paternità hanno meritato, qualche nota al margine dei palazzi in cui si trovano, interesse nelle riviste, tra le opere di questo o quel “legnaiuolo”, per le porte più usuali e contaminate d’influenze nelle varie regioni e zone d’Italia, è assai problematico un racconto generale, e ancora di più un ragionamento da cui trarre indicazioni progettuali. Questi esemplari del Cinquecento, che nel XIX e XX secolo hanno mosso, come vedremo, interessi consistenti nelle arti decorative e il revival di vere e proprie ‘scuole’ come quella senese e fiorentina che in tutto il mondo hanno riproposto questo stile, non sembrano oggi riscuotere interesse. Per la poca sintonia col gusto contemporaneo, per la perdita di un mestiere come quello dell’intaglio e per i costi, in ogni caso impraticabili, stante la difficile adattabilità ad altri metodi produttivi.



Mauro Cozzi

martedì 29 marzo 2011

Magazzino di porte. Viaggio a puntate nella storia dei serramenti.

Il Medioevo ed il quattrocento


Maestro Bertuccio da Venezia, Venezia, Basilica di San Marco, porta in bronzo d’accesso all’atrio, XIV sec.


 Barisano da Trani, Ravello, cattedrale, 1179


 Barisano da Trani, Trani, porta della cattedrale, 1160


 Barisano da Trani, Trani, porta della cattedrale, 1160

Il bronzo consente indagini anche su secoli altrimenti oscuri di documenti e ancor più di testimonianze concrete. Porte artistiche, generalmente, e monumentali, quasi esclusivamente destinate all’esterno e dunque meno interessanti dal nostro punto di vista, rispetto alla ‘misura’ quotidiana di certi esemplari pompeiani, specchio però di epoche come quella tardo romana, o greco bizantina con tutta una serie di porte eseguite a Costantinopoli o in Italia che propongono versioni auliche di tipi e di motivi decorativi probabilmente più diffusi nella penisola, di quanto si possa dimostrare con esemplari lignei. La ‘modernissima’ porta bronzea della cattedrale di Trani che data al 1160, propone, ad esempio, un telaio riquadrato con grossi chiodi a testa piramidale, posti all’intersezione delle traverse, e un tessuto fittamente percorso da decori floreali, formelle a bassorilievo con figure; una soluzione che rimarrà frequente, specie nelle porte da esterni, e che sarà ripresa nel Novecento e negli Arts déco. Il fitto tessuto decorativo floreale, rimanda ad altri esemplari anche lignei come la porta del monastero di S. Elia e Giuliano a Qaryatayn presso Damasco.


Michelozzo, porta dell’ex sede dell’Opera di S. Giovanni, Firenze, Piazza del Duomo 7, primo 400


Giuliano da Maiano (bottega), Studiolo di Gubbio già  nel palazzo ducale, 1479-1482, oggi al MOMA di New York


Fra’ Giovanni da Verona, part. degli stalli della sagrestia, Siena, Abbazia di Monte Oliveto, fine XV - primi XVI sec.


Fra’ Giovanni da Verona, part. degli stalli della sagrestia, Siena, Abbazia di Monte Oliveto, fine XV - primi XVI sec. 


Firenze, S. Lorenzo, porta d’ingresso al chiostro, part., sec. XV


Antonio Manetti e coll., Firenze, Santa Maria del Fiore, Sacrestia delle messe, part. della parete nord, 1440-1445 

Un altro motivo tardo antico di speciale permanenza è quello costituito da semicerchi sovrapposti e sfalsati. Seguendo gli esempi proposti dal Pozzi, tale motivo si rintraccia oltre che nella stessa porta del Pantheon, in un pluteo marmoreo di papa Liberio del 350, nella transenna di S. Apollinare in classe a Ravenna. Anche la trecentesca porta bronzea d’accesso all’atrio della Basilica di San Marco a Venezia che peraltro ripete un motivo presente nella porta di S. Alipio e in molte altre porte della Basilica sempre eseguite da Bertuccio, è costituita da archetti sovrapposti e sfalsati, che da lontano fanno qui l’effetto di una rete preziosa. (...)


Mino da Fiesole, Roma, Palazzo Venezia, portale, 1464-1471 


Agnolo di Lazzaro e coll., Firenze, Santa Maria del Fiore, Sacrestia delle messe, part. della parete sud, 1440-1445 

Prima del maestro veneziano Bertuccio, dell’Andrea Pisano della porta sud del Battistero fiorentino e di altri esempi coi quali far praticamente iniziare lo spirito del Rinascimento, ci sono altre porte bronzee e lignee che appartengono all’epoca tardo antica e medievale che possono fornire motivi d’interesse. Come può facilmente dedursi dall’elenco fornito dal Pozzi, si tratta quasi esclusivamente di porte monumentali destinate all’esterno e quindi per molti versi periferiche rispetto al tema di questo “magazzino”.
Per altri elementi e spunti d’indagine relativi all’epoca prerinascimentale, ci si può rivolgere alle immagini dipinte: nel Miracolo del Beato Agostino Novello di Simone Martini, o nell’Ingresso a Gerusalemme di Duccio da Boninsegna compaiono portoncini chiodati a due ante, a sei o sette riquadri che per la fattura rimandano alla porticciola lignea sul lato nord della Scarsella del Battistero di San Giovanni a Firenze la quale nel telaio, nelle ferrature, trasmette autenticità; anche nei chiodi che irregolarmente infissi e abrasi rispetto alla superficie del legno di quercia degli specchi, offrono un tessuto di prezioso effetto medievale. Portoncini da esterno che nella loro struttura non sembrano molto differire da altri interni: nella Lavanda dei piedi ancora del Museo dell’Opera del Duomo di Siena, Duccio dipinge una stanza dove una porta semiaperta presenta la medesima struttura anche se qui con l’aggiunta di traverse ad X negli specchi.
Un esemplare quattrocentesco già appartenente alla Collezione Gualino a due ante con otto riquadri ornati da stelle in rilievo e da intarsi policromi nell’intelaiatura, testimonia originalità esornativa e il gusto per una più fantasiosa e preziosa campitura delle superfici che dall’Oriente delle crociate, dalle affascinanti tessiture della nostra pittura del Trecento o delle commettiture di marmi, di mosaici e per inconoscibili vie trapassa ai mobili del Quattrocento e investe in qualche caso le porte.

Mauro Cozzi

lunedì 21 marzo 2011

Magazzino di porte. Viaggio a puntate nella storia dei serramenti.

L'età antica e classica


Nel repertorio non potevano mancare esempi dell’antichità. Capita spesso che le epoche più remote largamente stimolino il contemporaneo, sia sotto il profilo di un salutare azzeramento di tutte quelle sovrastrutture e convenzioni che il tempo ha via via accumulato, sia, talvolta, per il pathos che sistematiche esplorazioni o scoperte inattese hanno prodotto sulle mode.
Gli esempi di porte dell’antichità non sono moltissimi a dire il vero, né almeno immediatamente, motore di troppe possibili riproposte. Se l’Egitto antico si dimostrerà più tardi progettualmente fertilissimo, il contatto diretto con i musei del Cairo, di Parigi o di Torino, non sembra fornirci materia di studio sulle porte.
Caso analogo, anch’esso più fertile nelle fantasie del Settecento, ma sterile nell’immediato dei reperti originali, è quello della civiltà degli Etruschi. Quanto si conosce, identifica fascinose porte urbiche, o perfino urne a forma di casa ove l’ingresso, il portale ha grande importanza, ma dove la chiusura lignea non ha rilievo. Come nella celeberrima urna “a Palazzetto” in pietra calcarea del Museo Archeologico di Firenze, dove al bel portale bugnato e al ricco impaginato del prospetto non corrisponde un visibile disegno della porta.(...) Direttamente e indirettamente assai promettenti i casi di Ercolano, di Pompei, di Oplontis e, tra tante antiche civiltà, generalmente l’architettura di Roma antica. Gli spazi domestici, con le pitture che li decorano e che contemporaneamente li rappresentano, sono a tutt’oggi di così fascinoso impatto, che devono essere sottolineati, anche se tali dipinti murali forniscono forse più materia alla decorazione parietale che non suggerimenti per il disegno della porta.
Il caso che sembra più interessante è di recente acquisizione, ad Oplontis la grande villa cosiddetta di Poppea, offre significative vestigia monumentali, decorazioni illusionistiche, prevalentemente eseguite nel II, nel III e nel IV stile, che coprono ad affresco intere pareti dell’atrio, del calidarium, del tepidarium, del salone, del triclinium, del cubiculum.
Spettacolari decorazioni tese a dilatare lo spazio con prospettive architettoniche ispirate allo stile ellenistico barocco e a scenografie teatrali, con alcuni esempi di porte e di portali dipinti e generalmente scansioni di pareti e di motivi decorativi che sicuramente potenziano un influsso fortunatissimo negli ultimi due secoli nell’allestimento degli interni e forse candidabile per un ulteriore attuale ripensamento. Complici le odierne possibilità della decorazione e della riproduzione di pareti o di interi ambienti, fiduciosi nella possibilità di una reinterpretazione progettuale, il caso di Oplontis ci sembra insomma meritevole di segnalazione.


Urna a “palazzetto”, II sec. a. C., Firenze, Museo archeologico





Boscoreale, Pompei,  villa di Publio  Fannio Synistore, camera da letto, 11-20 a.C.



Roma, Palazzo dei Conservatori, rilievo dell’arco di Marc’Aurelio


Ma qui ad Oplontis, ad Ercolano e a Pompei, troviamo concretamente anche delle porte lignee che conservano e tramandano a noi la forma e il corredo delle ferrature, se non il colore o le laccature con le quali erano forse trattate. I casi proposti, una bella chiusura a tre ante in una ricostruita casa di Pompei, una porticciola di servizio ancora ad Oplontis, testimoniano una modernità sorprendente: telai scorniciati e specchi lisci, per proporzioni e sobrietà di concezione, pezzi assolutamente coerenti con la misura quotidiana, con quella umanità che Michelucci, negli anni trenta, riconosceva tipica della casa pompeiana. Porte che, frutto di pialle, di scorniciatrici, già in uso nel mondo romano, e di una logica, corretta interpretazione del materiale, ci lasciano quasi interdetti di fronte ad una soluzione che vanta almeno due millenni e che invece sembra cosa di ieri.
 Roma, Pantheon, la porta, part. 



A. Abaco, disegno della porta del Pantheon, Firenze, Uffizi, Gabinetto Disegni e Stampe [54, tav. XVIII, fig. 14]; Raffaello, disegno del pronao del Pantheon, Firenze, Uffizi, Gabinetto Disegni e Stampe [54, tav. XVIII, fig. 15]; A. Desgodetz, Les édifices antiques de Rome, Parigi, 1682 [54, tav. XVIII, fig. 16]; Piranesi, vedute del Pantheon, Roma, s.d., Tav. XX [54, tav. XVIII, fig. 17]


Sul mondo romano è naturalmente possibile estendere le ricerche, in più direzioni e in più luoghi. Le porte bronzee rappresentano tuttavia un sicuro caposaldo in una ideale storia della porta. Evidentemente non per il numero degli esemplari giunti fino a noi. Nel repertorio delle Porte artistiche in bronzo degli edifici religiosi e civili in Italia dall’epoca romana fino ad oggi, curato dal Pozzi nel 1903, si propongono infatti solo tre casi importanti: la porta della basilica di San Giovanni in Laterano e quella del Pantheon, ambedue del primo secolo, e la porta del Battistero di San Giovanni in Fonte del terzo, cui si può aggiungere, provenienti ancora da Ercolano e Pompei, databili dal 63 al 79 d.C., una serie di battitoi, di borchie, di maniglie, di catenacci, di chiavi e guarnizioni di vario genere. Un caposaldo, la porta del Pantheon, ingresso della più celebre e influente delle architetture del mondo occidentale, per via della scansione degli specchi e della forma del basamento, per il disegno delle cornici (della gola dritta del telaio e di quella più sottile di una sorta di passe-partout nello specchio centrale).


Porte di bronzo del Pantheon, Codice Destailleur, f. 6, Berlino, Staatliche Museum Preussicher Kulturbesitz [54, tav. VII]



Roma, Pantheon, la porta 


Prescindendo dalle borchie, dalla foggia della chiodatura e dalla sua evidente funzione di protezione del tempio dedicato a Cibele madre di tutti gli dei, le due ante del Pantheon, possono insomma interessare come prototipo, ed essere rivisitate e riconsiderate per la forma del grigliato superiore, per un ragionamento sulle proporzioni; un interesse che, esteso all’intero impaginato della parete, al sovrapporta e alla cornice esterna, pone questa porta eternata nel bronzo, sullo stesso piano dell’edificio sovrastante, ovvero quale modello assolutamente influente per i due successivi millenni.

Mauro Cozzi